Il passato che non passa & il futuro che non viene

 

Il passato che non passa & il futuro che non viene1

I consiglieri provinciali italiani erano 10 su 34 nel 1973, ma, considerando che il consigliere provinciale di lingua tedesca del PCI veniva votato dai militanti italiani fedeli alle indicazioni del partito, gli italiani eleggevano 11 consiglieri; 10 su 34 nel 1978, ma, considerando che all’epoca la maggior parte della militanza e dell’elettorato della Neue Linke/Nuova sinistra era di lingua italiana, gli italiani eleggevano 11 consiglieri; 10 su 35 nel 1983; 9 su 35 nel 1988; 10 su 35 nel 1993; 9 su 35 nel 1998, 7 su 35 nel 2003.

Gli italiani erano il 33,3 % della popolazione al censimento del 1971; il 29,4 % della popolazione al censimento del 1981; il 27,6 % della popolazione al censimento del 1991; il 26,5 % della popolazione al censimento del 2001. Ma i dati sulle iscrizioni nelle scuole, che spesso anticipano le dichiarazioni future, danno una percentuale inferiore al 20 %, extracomunitari compresi.

In valori assoluti gli italiani erano 137.759 al censimento del 1971; 123.695 al censimento del 1981; 116.914 al censimento del 1991; 110.206 al censimento del 2001.

In trenta anni ci sono circa 30.000 italiani in meno, che da un punto di vista elettorale significa tre consiglieri provinciali in meno, ai quali si devono aggiungere gli italiani che hanno capito che nell’epoca della new economy le distanze si sono annullate ed e’ possibile compiere tutte le operazioni dalla propria scrivania, con il proprio computer. Si creano nuove figure professionali, ma altre scompaiono rapidamente, come i tipografi dei giornali, ad esempio. Questo da’ la possibilita’ di acquistare la merce, ad esempio un’auto, dove si vuole ed alle migliori condizioni, senza l’obbligo di recarsi al concessionario di zona. Nella politica i tempi e le modalita’ sono ovviamente diverse e sicuramente piu’ lunghe, ma se ci si deve fare governare in ogni ambito dall’SVP o da un italiano di fiducia (di quest’ultima), tanto vale andare direttamente a discutere con loro. Si saltano dei passaggi tortuosi e ci si capisce meglio.

L’unica emozione elettorale da anni riguarda l’effetto combinato degli altoatesini che “emigrano in Italia”, di quelli che “emigrano stando fermi” diventando sudtirolesi, e di quelli che votano SVP, che determina un continuo calo della rappresentanza italiana nel consiglio provinciale. E in ogni caso il presidente della Giunta provinciale ha la possibilita’ di scegliersi gli assessori italiani anche al di fuori del consiglio provinciale.

Non e’ il caso comunque di condividere gli allarmismi dei postfascisti, i quali, sostenendo che l’SVP intende cacciare tutti gli italiani dall’Alto Adige, dimostrano ancora una volta che e’ il nazionalismo piu’ che l’onanismo a rendere ciechi ed idioti. L’SVP non ha alcun interesse a cacciare tutti gli altoatesini dall’Alto Adige. Una presenza ridotta di altoatesini, con dei politici italiani cosi’ assolutamente inutili, come quelli del centrosinistra, o cosi’ dannosi, come quelli del centrodestra, risulta utile e risultera’ indispensabile nei prossimi anni per motivare l’autonomia provinciale, con i suoi finanziamenti e le sue competenze, con Roma e con Bruxelles, come i ladini veri e quelli in via di costruzione del Trentino per i trentini.

Visto che tutti vogliono andare al governo con l’SVP e visto che da vent’anni questo partito si sceglie deliberatamente e cinicamente gli assessori italiani da cooptare in giunta tra i meno votati e rappresentativi, tanto varrebbe chiedere subito a questo partito quali saranno i prossimi assessori italici, perche’ il responso delle urne da anni non viene preso in alcuna considerazione. Forse sarebbe il caso di chiedere al partito localmente dominante di fare delle chiare scelte politiche di campo e di prospettiva politica, per trasformare una autonomia etnica in una autonomia territoriale, o di chiedere una modifica dello Statuto che obblighi questo partito a prendersi in giunta i politici piu’ votati dagli altoatesini.

Ma chi potrebbe imporre all’SVP di cambiare politica?

Forse gli ex DC (ecc. ecc.), che, nella speranza di scimmiottare il partito di raccolta, hanno tentato di creare una struttura sociopolitica simmetrica ma grottesca?

Un partito che 30 anni fa raccoglieva 32.990 voti ed ora ne raccoglie 11.180, moralizzatori della politica compresi?

Forse gli ex PCI (ecc. ecc.), che, nella speranza di farsi accreditare come partito realmente autonomista non sono stati in grado di distinguere il sentimento nazionale dal nazionalismo, considerando sempre legittime e finalizzate alla difesa dei propri interessi nazionali le richieste dei sudtirolesi, anche quando queste andavano, di fatto, ben al di la’ non solamente della lettera dello Statuto, ma anche della propria difesa di status di minoranza, sconfinando nell’interpretazione revanscista dello Statuto? La stessa sinistra che ha spesso considerato meschine richieste di mantenimento di interessi nazionali-nazionalistici le critiche che il mondo italiano ha espresso, non sempre in maniera chiara e precisa, rispetto all’autonomia e alla sua attuazione, accettando di fatto la logica dell’SVP, secondo la quale chi critica l’autonomia e’ necessariamente un fascista?

Un partito che 25 anni fa raccoglieva 18.776 voti ed ora ne raccoglie 11.572, cespugli e tontoloni compresi?

Due partiti che nel 2001 hanno spacciato un accordo politico di doppia desistenza con l’SVP come un accordo strategico che avrebbe aperto nuove strade, e che invece ha garantito solamente la non elezione dei candidati piu’ votati dagli altoatesini, senza aver avuto in cambio nulla nel settore della scuola, del censimento, della toponomastica, ecc., facendo continuamente finta di essere progettuali e rappresentativi?

Non credo che queste aggregazioni tardo-novecentesche possano trasformare questa autonomia. Non lo hanno fatto quando erano realmente rappresentative ed erano dei partiti di massa, di governo e di opposizione, a Bolzano, Trento e Roma, con una forte cultura politica diffusa, e non lo faranno ora, che non rappresentano piu’ nessuno e l’SVP li tiene al potere proprio per questo, rappresentando un passato che non passa.

Ma non credo che neppure l’SVP possa trasformare questa autonomia. Non ha alcun interesse a dire ai propri elettori che non esiste piu’ il rischio dell’assimilazione, della perdita del potere, che il mondo del 21° secolo non e’ piu’ quello della Guerra fredda e che lo stato italiano non e’ piu’ quello centralista del ventennio o della prima autonomia, anche se la recente campagna elettorale dei ministri romani – che non si capisce se vengono per minacciare centralismo o per imparare come esercitarlo – ne ha spesso evocato i toni. Non ha interesse a dire che e’ ora di smetterla di litigare con gli italiani, che tanto questi ultimi litigano cosi’ tanto tra di loro da essersi fatti fuori a vicenda da soli, da essersi suicidati politicamente da tempo, dando del nazionalista, a sinistra, a chi evidenziava la situazione minoritaria degli altoatesini, o del venduto ai tedeschi, a destra, per eliminare le posizioni critiche interne. C’e’ solamente da sperare che i sudtirolesi, che giustamente venivano difesi, di fronte ai tribunali, da legali di sinistra, quando erano una vera minoranza in pericolo ed erano accusati dei reati di vilipendio alla nazione o vilipendio alla bandiera, non debbano difendersi, di fronte alla storia, dal reato di vilipendio di cadavere. Il superamento della politica SVP basata sulla paura etnica rappresenta un futuro che non c’e’ ancora.

Ma forse, superando il passato che non passa ed anticipando il futuro che non c’e’ ancora, partendo dalla situazione contraddittoria dei bilingui, dalla nuova realta’ degli immigrati e dalle nuove indicazioni che la Comunita’ europea ci suggerisce continuamente, possiamo cercare di farla finita con questa ricca finzione ed inventarci, insieme, senza essere spalleggiati dallo Stato e dai suoi equilibri etnici e politici, ma senza essere subordinati alla Provincia e dai suoi equilibri etnici e politici, un censimento anonimo, non meno falso dell’attuale ma sicuramente meno invasivo; un nuovo criterio di spartizione delle risorse che superi la proporzionale e dia maggior importanza al merito ed al bisogno; un nuovo sistema scolastico nel quale ogni gruppo esistente, bilingui compresi, possa decidere autonomamente cosa e come imparare a vivere ed a convivere, studiando le diverse lingue e culture; una toponomastica ufficiale bilingue nella quale ciascuno possa scegliere i riferimenti simbolici che meglio crede; un nuovo patriottismo costituzionale basato non sul sangue e sul suolo ma sulle liberta’ dei diritti civili individuali, perche’, come dicevano i libertari, “la patria e’ li’ dove si sta bene”, oppure, come dicevano le innamorate “dove c’e’ Gigi, li’ c’e’ Parigi”.

Bolzano, 3 novembre 2003.

Giorgio Delle Donne

1 Editoriale pubblicato sull'”Alto Adige” il 5 novembre 2003.