Realtà & rappresentazione

 

Realta’ & rappresentazione 1

“Dieci anni fa Bolzano era una città “morta”. Per decenni essa non si era sviluppata come avrebbe meritato, ed aveva accumulato forti ritardi. Non si trovavano nuove aree per l’edilizia sociale, non partivano le opere di interesse pubblico, non si investiva per risanare il centro storico, non c’erano iniziative culturali. Quello che proponevano gli uni non andava bene agli altri e tutto era bloccato… Poi e’ arrivata la svolta…”

Cosi’ iniziava l’inserzione pubblicitaria della Lega delle cooperative a favore del no al referendum pubblicata su questo giornale venerdi’ 4 ottobre, che proseguiva elencando o evocando gli elementi di svolta degli anni Novanta: la citta’ che cresce, l’Universita’, il teatro, tutte cose vere ed importanti, dimenticando di dire che queste cose, altrettanto importanti, negli anni Ottanta non si erano realizzate per una precisa volonta’ politica del partito che fortunatamente ma unilateralmente ha deciso in seguito di sbloccare la situazione. Il partito si chiamava SVP e l’uomo che teorizzava e praticava questa politica era Alfons Benedikter, non un estremista qualunque ma il numero due del partito, vicepresidente della giunta provinciale (quello vero, quello che conta, l’altro era in tutt’altre faccende affacendato) ed assessore all’urbanistica, che vedeva nello sviluppo della citta’ di Bolzano un volano per l’immigrazione italiana che andava bloccato. Anche per questo motivo la citta’ di Bolzano ha perso in vent’anni 10.000 abitanti.

Qual e’ quindi la verita’ storica: quella degli anni Ottanta o quella degli anni Novanta?

Direi che non si possono capire gli anni Novanta senza conoscere ne’ dimenticare gli anni Ottanta, ed e’ sbagliato storicamente e politicamente mettere in luce solamente gli aspetti della realta’, passata e/o presente che sia, che possono avvalorare una sola interpretazione della realta’. Il passato, come il presente, e’ un grande magazzino dove ognuno puo’ prendere quello che vuole, purche’ se ne assuma la responsabilita’ e si renda conto che avrebbe potuto fare anche un’altra scelta.

I nostri catechisti ci hanno insegnato che non c’e’ piu’ cieco di chi non vuol vedere e non c’e’ piu’ sordo di chi non vuol sentire, ma e’ anche vero che ognuno vede e sente quello che piu’ gli risulta comodo per confermare il proprio pregiudizio della realta’ passata e presente. Ed e’ anche per questo che qui tutti si sentono la “vera minoranza”, senza rendersi conto della realta’. In epoca di Vollautonomie, gli altoatesini si sentono sottorappresentati politicamente ed emarginati socialmente, hanno la sindrome della minoranza locale, mentre i sudtirolesi non hanno perso la sindrome della minoranza nazionale, perche’ i due partiti etnici hanno continuato ad alimentare tra le loro popolazioni la diffidenza e la paura verso l’altro: l’altra istituzione, l’altra lingua, l’altra cultura, che nella migliore delle ipotesi va tollerata, ma non conosciuta ne’ tanto meno amata. Perche’ il pendolo del potere negli ultimi cent’anni continua a spostarsi da una parte all’altra, ma non si ferma mai in un punto di equilibrio. Cosi’ accade che la maggior parte dei cittadini che abitano una citta’ che risulta sempre tra le prime a livello nazionale quando si parla di qualita’ della vita in termini di efficienza dei servizi, alla prima occasione che hanno di poter votare senza la mediazione dei partiti e dei candidati imposti da incomprensibili accordi diplomatico-politici vanno a votare e votano non di testa ma col cuore o “di pancia”, abbassando sempre di piu’ il baricentro del livello della decisione politica.

Strano posto il Sudtirolo.

Negli anni Ottanta, quando cresceva nella societa’ la richiesta di scuole bilingui, non solamente per i bambini mistilingui, ma anche per consentire ai bambini monolingui di imparare meglio la seconda lingua, le maggiori resistenze venivano, oltre che dall’SVP, anche dalla componente di lingua tedesca del PCI, tutta impegnata a farsi accettare come veramente autonomista ed ossequiosa delle identita’ dei gruppi, come se le scuole bilingui avessero dovuto soppiantare le scuole monolingui. Ad un certo punto gli imprenditori sudtirolesi del Suedtiroler Wirtschaftsring, che evidentemente non avevano problemi di legittimazione, dissero che la necessita’ di manodopera bilingue, ad ogni livello, era tale da dover richiedere al partito unico di rivedere la politica di rigida chiusura nei confronti delle molteplici proposte che il mondo scolastico, soprattutto italiano, avanzava nel settore della sperimentazione, dal bilinguismo precoce alla full immersion.

Dopo la sbornia ideologica degli anni Settanta, dove spesso si citava Marx a sproposito e/o senza nemmeno averlo letto, negli ultimi anni e’ difficile trovare citazioni di colui che, con fine ironia e con una certa lungimiranza, sosteneva di non essere un marxista. Quale stupore quindi nel leggere una citazione marxiana nel Social Survey 1997, a firma di Max Haller dell’Universita’ di Graz, in una pubblicazione dell’ASTAT, l’Istituto provinciale di statistica.

“Innanzitutto si sa che la situazione sociale oggettiva non si esprime affatto in modo diretto in soddisfazione o insoddisfazione di una persona o di un gruppo di persone; il grado di soddisfazione nei confronti delle condizioni lavorative e di vita e’ influenzato in modo decisivo dalla situazione relativa di una persona o di un gruppo di persone. Se un occupato vede che un collega che svolge le stesse sue mansioni guadagna di piu’, si sentira’ ovviamente discriminato. Se una persona o una categoria professionale in un periodo di crescita generale del reddito non riesce a raggiungere un miglioramento economico, la situazione oggettivamente invariata verra’ probabilmente percepita come un peggioramento. Il secondo motivo dell’importanza personale, sociale e politico-sociale della percezione soggettiva della situazione sociale sta nel fatto che il comportamento sociale di una persona o di un gruppo e’ condizionato in modo essenziale da essa e non soltanto dalla situazione oggettiva. Le analisi di Karl Marx sulle condizioni che conducono alla formazione di una coscienza rivoluzionaria ci insegnano che anche una situazione di grave svantaggio oggettivo non porta giocoforza le persone interessate alla consapevolezza di essere vittima di un’ingiustizia o alla disponibilita’ ad agire politicamente. Una situazione di costante svantaggio porta piuttosto al fatalismo, soprattutto nei casi in cui non si hanno alternative, come ad esempio idee politico-sociali eticamente fondate di una condizione sociale “equa”. D’altra parte anche un gruppo sociale oggettivamente benestante puo’ essere insoddisfatto, al punto tale da provare rancore, quando ha la sensazione di essere trattato in modo ingiusto o di aver perso dei diritti legittimamente acquisiti a causa del cambiamento delle circostanze oggettive.”

Scusate la lunga citazione, che ricorda immediatamente l’analisi marxiana sulla necessita’ della trasformazione “da classe in se’ a classe per se'”, sicuramente trasferibile, con le ovvie precauzioni, anche nel campo dei gruppi linguistici, ma raramente mi e’ capitato di leggere, tra quintali di scritti di intellettuali e politici locali, un’analisi tanto lucida della situazione sudtirolese e del “disagio” che sembra vivere il gruppo sudtirolese, la minoranza meglio tutelata e finanziata al mondo, ed il gruppo altoatesino, che confrontando la propria situazione con quella dei parenti rimasti al paese – non necessariamente quello del Sud – dovrebbe leccarsi le dita e venerare anche Magnago, insieme a Toldo e Totti.

Ma ci sono altri spunti interessanti in questa pubblicazione, che continua la ricerca iniziata nel 1986, come quelli relativi al progressivo miglioramento dei rapporti tra i gruppi; le nuove urgenze relative alla qualita’ della vita e all’istruzione; le considerazioni sulle sperequazioni degli investimenti nei diversi settori che in Sudtirolo sono, anche se in misura sempre minore, etnicamente caratterizzati; il problema della qualita’ democratica della vita pubblica; il divieto di scuole bilingui …”da considerare anacronistico, non soltanto di fronte ai risultati sulla coscienza di se’ e sulla rispettiva fiducia di tutti i gruppi linguistici, ma anche in considerazione del fatto che, in vista di un’Europa unita, gli altoatesini potrebbero trarre un grande vantaggio proprio dalla possibilita’ di imparare tre lingue.”

Strano posto il Sudtirolo.

Trovi persone intelligenti dove meno te l’aspetti e un ossequioso conservatorismo tra chi ha iniziato la propria carriera politica criticando il “modello sudtirolese”.

Dopo l’esito del referendum e riferendosi a fatti di cronaca, la stampa di lingua italiana, non solamente quella locale, si chiede – e spesso mi chiede – se esiste un rischio per la convivenza in Sudtirolo dovuto agli esiti del referendum ed al diffondersi del movimento dei naziskin e della loro cultura. Col mio solito stile beffardo rispondo che non credo che il referendum di domenica possa essere destabilizzante, ma e’ significativo del fatto che sotto il mare di soldi c’e’ ancora un mare di rancore e nazionalismo. Il federalismo fiscale prima e l’allargamento/completamento dell’Europa poi, con il conseguente obbligo per gli stati nazionali e quindi anche per la Provincia a confrontarsi con un bilancio decisamente meno ricco, saranno un fattore destabilizzante, ma non determinera’ l’alleanza tra operai italiani e contadini tedeschi. Lenin e’ morto da un pezzo.

Per quanto riguarda il fenomeno dei naziskin, ricordo che questo rischio esiste veramente: in Alto Adige c’e’ anche, ad esempio, chi propone di gasare gli ebrei, di riunire le popolazioni tedesche e creare una regione etnicamente omogenea. A proporre questi progetti politici non sono pero’ solamente ragazzotti emarginati e gonfi di birra, ma anche consiglieri provinciali, non solamente appartenenti ai partiti di opposizione, che possono quindi investire centinaia di milioni in progetti tendenti a ri/costruire identita’ etniche mitizzate e mitiche, per loro.

Strano posto il Sudtirolo.

Alcuni ragazzotti senza cultura e gonfi di birra che inneggiano alla loro etnia – con ritualita’ non a caso simili a quelle che caratterizzano gli ultra’ “sportivi” delle metropoli, senza cultura e gonfi di birra – attirano l’attenzione preoccupata dei mass media. Dei politici di professione – che ricoprono anche cariche istituzionalmente importanti -, che basano le loro fortune personali e politiche proponendo continuamente l’ossessione dell’identita’ etnica (il riuscitissimo Sammelpartei e i fortunatamente abortiti Partiti degli italiani), ripropongono l’attenzione solamente ai periodi storici mitizzati in cui pensano che il proprio gruppo fosse l’unico abitante di questo territorio (l’epoca dei Romani o il basso Medioevo), eliminano o cercano di eliminare la toponomastica bilingue (all’inizio degli anni Venti del secolo scorso ed all’inizio del XXI secolo d. C., sic!), vengono considerati normali dagli appartenenti allo stesso gruppo linguistico e dei fanatici nazionalisti quando dicono le stesse cose, ma in una lingua diversa. Forse e’ anche per questo motivo che da oltre venti anni si e’ deciso di non definirla piu’ “lingua straniera”, ma “seconda lingua”.

Il dibattito politico e’ talmente incancrenito, lontano dalla realta’ quotidiana, urlato e contraddittorio, che in poco tempo, a seconda delle circostanze, una autonomia etnofederalista puo’ trasformarsi in un modello di convivenza e viceversa, a seconda che si stia nella maggioranza o all’opposizione.

Strano posto il Sudtirolo. Oramai tutti dicono le stesse cose, ma, dicendole a volte in lingue diverse, fanno finta di essere diversi.

Bolzano, 16 ottobre 2002.

Giorgio Delle Donne

1 Editoriale pubblicato sull'”Alto Adige” il 18 ottobre 2002.